75° Anniversario della morte di Prampolini, intervento di Gianni Salvarani

75° anniversario della morte di Prampolini: intervento di Gianni Salvarani, Vice Presidente dell’Istituto di studi Sindacali della UIL Convegno promosso dall’Istituto di Studi Sindacali della UIL unitamente alla Opera benefica Camillo Prampolini in occasione del 75° anniversario della morte di Prampolini e della inaugurazione della UIL di Reggio Emilia Sono convinto che Prampolini sarebbe sicuramente molto felice d’essere oggi qui tra noi, certamente per avere la possibilità di testimoniare sulla sua attività, ma in particolare per prendere parte all’inaugurazione di una sede sindacale. In quanto non solo è un evento verso il quale indirizzava tutti i suoi sforzi affinché i lavoratori si unissero e costituissero l’Associazione di Resistenza, come lui definiva l’organizzazione dei lavoratori, richiamandosi al modello delle Trade Union inglesi ed alle altre forme di sindacato già operanti, in America, in Francia e in Belgio, ma soprattutto perché ciò avviene con il riconoscimento e la considerazione della società, delle autorità civili e religiose, cosa che al suo tempo non sarebbe mai potuta avvenire.

Ecco perché penso di non forzare né la storia, ed ancor meno il pensiero di Prampolini, affermando che oggi avrebbe esultato con noiper quest’ulteriore progresso compiuto da un’organizzazione di lavoratori. Ciò, naturalmente, prescindendo dalla sigla che realizza l’iniziativa, anche se l’idealità prampoliniana e la nostra militanza in un’organizzazione d’ispirazione laico-socialista lasciano trasparire la convivenza di ampie convergenze. Il suo impegno in favore dei lavoratori si riscontra fin dal momento dei suoi studi universitari. Infatti, lui giovane rampollo di famiglia benestante, educato nel rispetto del re, della società così come costituita, non riesce a vedersi come un “padrone” che risponde alle logiche politiche e gestionali dominanti. E’ proprio all’università, che Prampolini matura il convincimento che le teorie degli economisti “conservatori” si scontravano con il diritto al lavoro di tutti i proletari e come tali andavano combattute. Era per lui inaccettabile la teoria secondo la quale l’operaio non poteva avere nessuna ragione di pretendere il diritto al lavoro, avendo riconosciuto il diritto del lavoro, e che con ciò si stabiliva la parità fra capitale e lavoro, con il riconoscimento ai primi della proprietà delle terre e dei capitali e all’operaio la proprietà del lavoro.

La prima elaborazione di risposta alle teorizzazioni conservatrici la presentò nella sua tesi di laurea intitolata “il diritto al lavoro” e data a soli 24 anni nel 1881 all’università di Bologna, dopo aver frequentato la Sapienza di Roma, nella quale affermava fra l’altro: “Che vale all’operaio la decantata libertà di lavorare se poi gli manca il lavoro, se non ha diritto di averne, se la società può imporgli e gli impone, di fatto, l’ozio forzato e la fame, oppure la supplica della carità?”. Prampolini continuamente, con ostinazione e forza, ritorna su quello che ritiene  essere il cuore della sua scelta di vita: il riscatto dei lavoratori e l’affermazione dei loro diritti. Ogni volta che scrive un articolo, sui diversi giornali che dirige o collabora, v’insiste come sullo SCAMICIATO, scrivendo: “Sia anzi riconosciuto e tutelato in tutti i cittadini il diritto inviolabile di ottenere lavoro: poiché è assurdo, è inumano, è ingiusto che, mentre il lavoro è un dovere e mentre senza lavorare non posso vivere, vi abbia ad essere un padrone al quale debbo chiedere come in carità il permesso di compiere questo mio dovere, e che potendo perfino negarmi di guadagnare con le mie braccia la vita, mi umilia col peso di un’autorità che non gli riconosco nel mentre lui istesso mi deruba nel mio lavoro.” In occasione di uno dei primi e più importanti scioperi, quello organizzato dai muratori, i valori e la spinta prampoliniana si fecero sentire ancora attraverso la riaffermazione del diritto al lavoro: …“ se per vivere io non ho altra risorsa che il mio ingegno, le mie braccia, il mio lavoro è evidente che io ho il diritto che mi si dia da lavorare.

Altrimenti mi si nega il diritto di vivere.” Il riconoscimento all’impegno di Prampolini viene dal crescente seguito che ottiene all’interno del movimento socialista e tra i suoi concittadini, nonostante l’ostilità manifestata e praticata sia dalle autorità costituite, sia dagli agrari e da una parte del clero. Anche dalle colonne di LOTTA DI CLASSE, di cui né fu direttore per volontà di Turati e della Kuliscioff, Prampolini continua la sua azione, che troverà la naturale prosecuzione con la fondazione de’. LA GIUSTIZIA della quale fu non solo ideatore e direttore, ma l’anima.

Il giornale uscirà con il sottotitolo “difesa degli sfruttati” E’ su’LA GIUSTIZIA che lancia un appello per la costituzione delle Associazioni di Resistenza con un articolo avente per titolo: “Operai, contadini di Reggio associatevi” spiegando come le associazioni di resistenza fossero “quelle unioni di lavoratori le quali si propongono di formare (mediante piccoli versamenti settimanali o mensili) un fondo sociale, un capitale col quale poi resistere ai padroni, sostenere gli scioperi ed ottenere così un aumento di salario.”

Polemizzando sulle società di mutuo soccorso definendole un “miscuglio” per essere formate in modo misto da ricchi e poveri (mentre le associazioni dovevano essere formate solo da lavoratori salariati) e accusandole di pensare all’operaio, solo, quando vi era da fargli il funerale e ricordandosi di lui, sempre, per fargli pagare la quota associativa. Dalle colonne del giornale chiarisce la sua visione della società: “La miseria nasce non dalla malvagità dei capitalisti, ma dalla cattiva organizzazione della società, dalla proprietà privata, perciò noi predichiamo non l’odio alle persone né alla classe dei ricchi, ma l’urgente necessità di una riforma sociale che alla base dell’umano consorzio ponga la proprietà collettiva” Un concetto etico di proprietà collettiva, non certamente economico ed ancor meno rivoluzionario. Così come etica è la Predica di Natale, non certamente avversa alla religione.

In una lettera inviata a Colajanni chiarisce ancor meglio il suo “volere”, “non la lotta tutti contro tutti, ma la pace, l’associazione, la solidarietà, la mite uguaglianza dei diritti e dei doveri”. In ciò è l’estrema sintesi del riformismo prampoliniano Le Associazioni e le cooperative che sempre più numerose si andavano costituendo rappresentavano la realizzazione del progetto politico-sociale prampoliniano. Voglio solo ricordarne uno per tutti citando la lettera di Roversi, il grande sindaco socialista, inviata a Prampolini nel 1899 in merito alla costituzione della cooperativa fra sarti e sarte: “…mi è oltre modo caro aggiungere che nella detta adunanza venne ricordato, con affetto e riconoscenza, ed in mezzo a grande entusiasmo, il tuo nome e si sono fatti adunanza venne ricordato, con affetto e riconoscenza, ed in mezzo a grande entusiasmo, il tuo nome e si sono fatti voti -che per incarico dei convenuti con lieto animo ti trasmetto- perché fra breve trionfi la giustizia e tu possa ritornare fra noi (Prampolini era stato per l’ennesima volta arrestato). Codesti voti emessi con tanta spontaneità in un ambiente nuovo e gentile (era massiccia la presenza femminile nell’assemblea) mentre danno motivo a sperare nell’emancipazione cosciente dell’operaio, dimostrano quanta parte tu abbia preso per l’emancipazione della classe operaia, la quale dovrà sempre esserti vivamente riconoscente.” Prampolini, tanto umile quanto grande, non solo è stato uno dei padri del socialismo italiano, ma all’interno del movimento socialista un riformista convinto, di quel riformismo emiliano-romagnolo e reggiano in particolare, con Reggio da molti considerata la terra primogenita del riformismo o come la definì Turati “il cuore socialista d’Italia”. Una regione che vide contemporaneamente operare uomini di grande levatura morale e politica come Agnini, Badaloni, Baldini, Costa e poi Massarenti, la Altobelli, e tra gli altri i reggiani Bellelli, Vergnanini, Salsi, Roversi, il veneto-mantovano di nascita ma reggiano di adozione Zibordi e poi Simonini fino ai qui presenti Amadei e Felisetti. Riformismo che era un misto di marxismo per la lotta di classe che sosteneva, di positivismo per l’alta considerazione che aveva dello sviluppo della scienza, e di cristianesimo primitivo e laico, di cui Prampolini fu sicuramente l’apostolo e il predicatore per antonomasia.

Prampolini seppe coniugare l’essere al tempo stesso produttore di cultura e divulgatore, maestro di vita e predicatore. L’insegnamento di Prampolini era non solo adeguato ai tempi, ma molto più avanzato e per i suoi profondi ideali sicuramente ancora oggi valido. L’appartenenza al partito socialista per Prampolini voleva dire applicare una ferrea morale, un’etica che faceva premio su tutto, in quanto i valori e gli ideali socialisti non dovevano essere solo trasmessi, ma continuamente praticati. Infatti, in quel periodo nelle sezioni socialiste molte erano le espulsioni e le sospensioni dall’iscrizione e dalla frequentazione del partito per coloro che non avevano avuto comportamenti conformi all’etica imposta dalla morale dell’essere socialisti. Le insofferenze per le ingiustizie erano sempre molto forti anche in un uomo mite come Prampolini fino al punto che fu tra i protagonisti del rovesciamento delle urne durante la votazione di una legge illiberale che il governo Pelloux voleva far approvare dalla camera, in forza della sua convinzione che “resistere all’arbitrio non è che una forma di rispetto e di ossequio alle leggi”.

Commentava poi quel gesto compiuto “ Quelle urne rovesciate danno una lezione al popolo italiano: resistete agli arbitri, difendete ad oltranza i vostri diritti” Possiamo considerare conclusa la “vita” politica di Prampolini, dopo anni di violenze e censure subite, prima e durante il fascismo, il 30 ottobre 1925 con la chiusura dè LA GIUSTIZIA, divenuto organo ufficiale del Partito Socialista Unitario, una delle ultime libere voci soffocate dal regime.

Il mito Prampolini è sopravvissuto non solo alle ostilità dei potenti ed alle barbarie del regime, ma anche alla “corrosione” del tempo ed alla perdita della memoria che, purtroppo in molti di questi tempi vorrebbero si verificasse, liberando, così, dai tanti personaggi scomodi come Prampolini il nostro quotidiano. La sua vita divenne una leggenda soprattutto nel reggiano. Forse alcuni fatti che ci sono stati tramandati non si sono proprio svolti così come raccontati. Ciò non scalfisce la grandezza dell’uomo, dei suoi ideali e soprattutto di quel “socialismo” praticato fino alla fine, morendo povero per aver donato tutto il suo patrimonio. Nel testamento scritto il 1 maggio 1929 e lasciato all’avv. Giaroli affinché ne fosse fedele esecutore delle sue volontà, in poche righe autografe condensa tutta la sua immensa levatura morale: “La mia salma, non vestita ma soltanto avvolta in un lenzuolo, sia trasportata al cimitero in forma civile, sopra un carro d’ultima classe, senza fiori, non seguita dai miei famigliari e venga cremata non sepolta.
Né al cimitero né altrove nessuna lapide nessun segno che mi ricordi” A conferma di ciò desidero richiamare solo due, dei tanti, episodi significativi che ci aiutano a capirne meglio la sua grandezza di uomo prima che di politico: il primo quello che in molte case delle famiglie reggiane, di qualunque fede politica o religiosa fossero, non mancava l’immagine di Prampolini e non stupiva che fosse posta vicina al Crocefisso, o alle foto di famiglia o a quelle del proprio partito; il secondo quando in una fredda notte d’inverno donò il suo ultimo tabarro ad un povero che stava rannicchiato sulle scale della chiesa praticamente morente per il freddo e lui che prosegui il suo cammino verso casa pestando la neve e gesticolando per evitare di congelarsi. Spesso la storia dei grandi uomini si fa leggenda e la distinzione non ha più molta importanza quando di questi gesti l’uomo ha riempito tutta la sua esistenza.

Il sindacato è cresciuto oltre e al di là delle ispirazioni ideali verso questo o quel partito, verso questo o quel padre della patria, ma nella sostanza del suo agire quotidiano vi è tutto il pensiero di Parmpolini, tutto quell’impegno per l’affermazione dei diritti della classe lavoratrice e anche per la ferma volontà di mantenere salde due grandi idealità: quella contro la guerra,ed oggi anche contro il terrorismo, e quella di battersi sempre nell’esclusivo interesse dei lavoratori.

Nel concludere questo breve volo sulla figura di Prampolini, certo che le relazioni degli illustri professori Landolfi e Pellicani, e nelle conclusioni del segretario generale della UIL, più di me sapranno illustrarvene la grandezza e l’attualità del pensiero, consentitemi da reggiano di ricordare quello che in quell’epoca si diceva a Reggio di chi s’iscriveva al partito socialista: LE ANDEE IN DI GALANTOM, AL SE INSCRET IN DI SOCIALISTA!

Nella convinzione che in questa società nella quale i valori etici hanno perso la loro evidenza e soprattutto la loro sostanza, vi è non solo il bisogno di sentirlo dire, ma soprattutto di vederlo praticare.

Reggio Emilia, 30 maggio 2005

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